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Politici ma non statisti

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Venerdi 12 Ottobre 2007 – 15:55 – Paolo Emiliani stampa
Politici ma non statisti

Fino a pochi secoli fa, l’uomo non sapeva nemmeno cosa fosse la democrazia e viveva benissimo o malissimo lo stesso. I più colti ricordavano la democrazia delle città elleniche dell’antichità, ma quella era una democrazia diretta, dove tutti i cittadini esprimevano la loro volontà.
La democrazia rappresentativa è un’altra cosa ed è diventata un totem indiscutibile non certo grazie alle qualità di buon governo dimostrate né, tanto meno, per l’equità che questo sistema è capace di produrre tra i cittadini. La pace? Giudicate voi, tenendo a mente che lorsignori portano ad esempio democratico pecorelle come gli Usa, la Gb o, addirittura, Israele.
Insomma, la democrazia non è un buon sistema di governo a prescindere come vorrebbero farci creedere, ma può diventarlo se amministrata bene. Proprio quello che non avviene in Italia. Le regole dovrebbero essere in fondo semplici: le elezioni esprimono una maggioranza in base ad un programma e questa realizza il programma medesimo: a fine legislatura si sottopone al voto e si ricomincia daccapo. Il fatto è che in Italia non c’è una maggioranza, non c’è nemmeno un programma (anche se in teoria ce ne sarebbe uno corposissimo) e si procede solamente tutelando alternativamente piccoli interessi di bottega.
Ieri la legge Finanziaria, lo strumento principe del governo, è stata bocciata alla commissione Difesa del Senato per la parte inerente le spese militari. Sempre ieri la sinistra cosiddetta radicale, Rifondazione e Comunisti Italiani, ha annunciato la non partecipazione al voto in seno al consiglio dei ministri quando oggi verrà posta la questione relativa al protoccolo sul welfare. Nel centrosinistra è ormai evidente la spaccatura tra le varie anime che lo compongono e la cosa potrà solo peggiorare quando, tra pochi giorni, diventerà realtà quella “cosa” chiamata Partito democratico, la peggiore fusione fredda della storia della politica italiana. Berlusconi da tempo sbandiera un facile rimedio: votare subito e sbarcare a Palazzo Chigi con un governo di centrodestra, ma questo sarebbe come curare un cancro con l’aspirina. Il centrodestra ha al suo interno gli stessi problemi del suo rivale e le difficioltà potrebbero essere solo meglio mascherate se il risultato numerico fosse un po’ più ampio di quello ottenuto da Prodi e compagni, costretti a Palazzo Madama a vivere da sempre sul filo di pochi voti.
La differenza tra statisti e politici, qualcuno ha detto, sta nel fatto che i primi pensano alle generazioni future mentre i secondi alle prossime elezioni. La democrazia elettorale, per sua stessa natura, produce molti politici e pochissimi statisti. C’è un solo modo per ridare diginità a questo sistema ed è quello di tornare a partiti fortemente legati ad un ideale di riferimento e per questo incapaci di manovre elettorali o improbabili alleanze. Non è questione di sistema elettorale, non ci sono troppi partiti, ce ne sono troppi uguali e forse manca quello o quelli capaci di proporre una vera alternativa socialista e nazionale alla dittatura del pensiero unico liberal...democratico.

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