Con il sostegno ormai ufficiale di Londra e Washington alla politica di Ankara sul Pkk, la palla sembra ora essere stata spostata tutta in campo curdo-iracheno. Questa è la sensazione che viene fuori dalle iniziative politiche che si stanno muovendo tra Irbil- Baghdad-Ankara e dai toni utilizzati da David Satterfield, coordinatore per l’Iraq presso il Dipartimento di Stato Usa, che ha sottolineato come la responsabilità di affrontare i militanti del Partito dei Lavoratori ricade soprattutto sui dirigenti regionali curdi iracheni. Nonostante Bush, nel corso di una telefonata con Abdullah Gül, il presidente turco, abbia assicurato l’intervento aereo statunitense contro le postazioni curde in Iraq, quella che si reclama è una maggiore operosità “nel territorio controllato dai dirigenti curdi, i quali finora sono stati inattivi”. “Diciamo che non siamo per niente soddisfatti della loro mancanza di azione”, ha ammonito Satterfield. Quello che Washington chiede è lo stesso che pretende Ankara e cioè che le basi dei militanti siano espugnate direttamente dell’interno, pena una massiccia azione esterna. Quello che si è visto finora al confine, cioè gli scontri e il dispiegamento di 100.000 militari turchi sono infatti soltanto avvisaglie di quello che potrebbe accadere. Con la loro richiesta gli Stati Uniti sembrano stiano misurando anche il livello di affidabilità e di fedeltà del Kurdistan iracheno, dopo che gli è stata concessa l’autonomia. E infatti, ieri, a poche ore dal monito giunto dagli Usa, Massoud Barzani, il leader della regione in un comunicato all’Ansa, ha teso a chiarire il suo schieramento di campo, sottolineando che “noi non accettiamo in alcun modo, in base al nostro impegno nei confronti della Costituzione irachena, l’uso del territorio iracheno, compreso quello della regione del Kurdistan, come base per minacciare Paesi vicini”, chiedendo al“Pkk di abbandonare la violenza e la lotta armata come metodo operativo” e evidenziando nello stesso tempo che “gli attuali problemi dovrebbero essere risolti attraverso metodi politici e diplomatici”. Fatta la sua mossa, la patata bollente è passata al governo centrale iracheno. Nello stesso tempo, indiscrezioni provenienti da Baghdad hanno reso nota infatti l’intenzione del presidente iracheno-curdo Jalal Talabani di estradare in Turchia militanti curdi. L’iniziativa sarebbe uscita fuori nel corso dell’incontro di martedì in Iraq tra Talabani e il ministro degli Esteri turco Ali Babacan che ha interpretata la proposta come un “primo passo positivo” nella giusta direzione, quella già tracciata da Washington e Ankara. Babacan ha chiesto circa 100 militanti, i cui nomi figurano su una lista nera consegnata a Baghdad all’inizio dell’anno, e non sembra intenzionato a trattare. Il messaggio consegnato dalla Turchia ai vertici iracheni è infatti piuttosto chiaro. Al suo rientro in patria dalla sua missione diplomatica, il capo della diplomazia turca ha ribadito ha la certezza che la posizione del suo Paese sia stata percepita senza possibilità di dubbi: “il Pkk è una organizzazione terroristica” e Baghdad in questo ha delle responsabilità innegabili. Da qui la richiesta ad agire per “evitare che i ribelli curdi usino i territori iracheni” come supporto logistico e per “arrestare ed estradare i leader del gruppo e chiudere i campi terroristici”. Le trattative diplomatiche in merito proseguiranno oggi ad Ankara dove è attesa una delegazione irachena con la quale saranno discusse le misure da intraprendere contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Fino a questo momento a parlare dovrebbe continuare a essere la diplomazia, anche se Babacan ha confermato la “determinazione” del governo a “intraprendere azioni unilaterali per la sicurezza del suo popolo se il governo iracheno e la presenza americana in Iraq non saranno in grado di fermare questi attacchi contro il nostro Paese”. Come monito per il futuro intanto aerei turchi hanno ripreso a bombardare le postazione dei separatisti curdi nel nord dell’Iraq. Secondo quanto riferito da un parlamentare del partito di governo Akp, F-16 turchi hanno colpito a intermittenza le basi del Partito dei lavoratori del Kurdistan, causando l’uccisione dei 32 persone. Si tratta del secondo attacco del genere da domenica scorsa. Stando al vice premier Cemil Cecik, citati dai giornali Yeni Safak e Hurriyet, il raid aereo sarebbe avvenuto la scorsa notte. Nelle stesse ore si è registrato anche l’intervento dell’artiglieria. Di fronte alle notizie che parlano di guerra all’orizzonte, il Parlamento europeo ha lanciato un appello alla Turchia affinché non realizzi “azioni militari sproporzionate che violino la sovranità territoriale dell’Iraq”, concedendo un via libera limitato, dunque, e mantenendosi nel solito equilibrio precario tra una posizione e l’altra. In una risoluzione comune approvata nel corso della sessione plenaria a Strasburgo, i deputati europei hanno invitato inoltre il governo di Ankara ad “intensificare la cooperazione militare e di polizia con l’Iraq allo scopo di disinnescare la tensione esistente alla frontiera”. Lo stesso messaggio lanciato al governo regionale curdo affinché si assuma “la responsabilità di impedire gli attacchi terroristici” dal Nord del Paese.
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