Ieri a Roma è stato scritto un altro capitolo nel processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali tra Italia e Libia e tra Libia e Unione europea, avviato già da tempo e intensificato ultimamente dopo la conclusione, su mediazione francese, della vicenda delle infermiere bulgare e del medico palestinese. Nella Capitale, nel corso di un convegno presso l’Archivio Centrale dello Stato, intitolato I deportati libici in Italia negli anni 1911-1912, il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, ha presentato una iniziativa volta a far luce sul periodo del colonialismo italiano in Africa. Un lavoro storico, cui l’Italia sta lavorando da alcuni anni, organizzato dal Comune delle Isole Tremiti che coinvolge alcune delle località italiane in cui sono stati deportati i libici nel 1911 (il Comune di Favignana, di Ponza, di Ustica), l’ISIAO - Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, l’Archivio di Stato, il Centro Studi Storici di Tripoli, e ha il sostegno (anche economico) del ministero degli Affari Esteri. La tavola rotonda dovrebbe precedere, nelle intenzioni di D’Alema, un accordo bilaterale di amicizia e cooperazione tra Italia e Libia, che servirà anche “a chiudere un doloroso capitolo del passato”. Come ha sottolineato D’Alema, l’Italia ha chiesto scusa per la sua breve storia coloniale con una serie di iniziative che non hanno corrispondenza negli altri Paesi europei ex coloniali; forse anche perché il BelPaese conosce bene la condizione di colonia. “Nessuna delle potenze coloniali, e noi siamo stati tra le minori, ma non prive di responsabilità, ha fatto una cosa del genere”, ha spiegato, portando l’esempio della Francia i cui archivi che contengono documenti relativi alla repressione in Algeria sono ancora secretati. Quello che dal capo della Farnesina è stata presentato come atto dovuto in un regime democratico (“la democrazia è riconoscere anche le pagine oscure”) fa parte in realtà di un percorso che vede il configurarsi di un asse Roma-Tripoli dai forti connotati politici e soprattutto economici. Per quel che riguarda la prima questione, l’ex segretario dei Ds ha rivendicato il ruolo italiano nel contrastare ogni opera di demonizzazione e di isolamento della Libia, ammettendo però l’eredità del governo Berlusconi che, nell’ottobre 2004, ha compiuto il beau geste in terra libica, facendosi mediatore presso altri Paesi della ripresa dei rapporti commerciali con Tripoli e definendo Gheddafi “leader di libertà”. Continuità tra destra e sinistra anche in questo. Guardando in avanti, da qui a breve, Roma si auspica di annunciare l’inizio di un nuovo corso “che segni l’approdo di un lungo processo politico durato un decennio, che è stato di collaborazione, distensione e cooperazione economica”. “E questo – ha proseguito – è il modo migliore per onorare quella memoria e per chiudere un doloroso capitolo del passato”. Questo è il secondo aspetto piuttosto rilevante dell’amicizia con la ex colonia. Sottolineando, ad ogni occasione, nei toni e nelle parole utilizzati, che l’Italia ha un debito da pagare nei confronti della Libia, D’Alema ha ricordato il “fondamentale interesse a rafforzare i legami con un partner essenziale”. Proprio le scorse settimane, l’Eni ha siglato un’intesa con la Libyan National Oil Corporation (Noc) per lo sviluppo di progetti nella produzione di gas e petrolio che consentirà alla società petrolifera italiana di espandere e consolidare la collaborazione con la Noc - avviata nel 1959 - anche nel comparto del gas e di godere di condizioni esclusive per l’azienda di Scaroni e nello stesso tempo anche per la nostra penisola. Nello stesso periodo, nel corso del vertice di Lisbona, i ministri degli Esteri dei Ventisette si sono impegnati ad avviare, il più presto possibile, discussioni su un accordo-quadro che dovrebbe portare ad una associazione con la Ue. Il percorso di cui ha parlato ieri D’Alema è frutto quindi di tutta una politica dell’Occidente che auspica la progressiva normalizzazione della Libia, cui Washington ha dato il suo placet lo scorso anno, cancellando la nazione di Gheddafi dalla sua lista nera e a cui ha strizzato l’occhio anche Londra, archiviando il caso Lockerbie dopo aver intascato il risarcimento danni per le famiglie delle vittime. Da nemici ad amici, dunque. Ed è così che un ex Stato canaglia, ricco di risorse petrolifere e di gas (che nel 2005 ha concesso esplorazioni nel deserto libico alla Occidental Petroleum Corporation (la californiana Oxy), alla Amerada Hess Corp e la Chevron Texano) ora non fa più paura. Le relazioni Roma - Tripoli nei progetti italiani dovrebbero trasformarsi in un ponte tra Europa e mondo arabo. Il prezzo che dovrà pagare l’Italia, per questo suo ruolo è stato illustrato dallo storico libico Mohammed Gerrari che ha preso parte alla tavola rotonda di ieri: un museo dell’Olocausto a Roma (perché, ha sottolineato, l’Olocausto non è prerogativa solo del popolo ebraico), un monumento dei deportatiti in Italia e una indennità economica sullo stile di quella che la Germania ancora versa da Israele.
|