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Recensione: scenari doc

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Martedì 30 Ottobre 2007 – 17:15 – Franzina Ancona stampa
Recensione: scenari doc


“Nelle mani di Toscanini tutto prende forza e colore, egli comprende e fa risaltare i pensieri più intimi del compositore”. Così rispondeva Ottorino Respighi all’editore Ricordi che, all’indomani del concerto dell’11 febbraio 1918 proponeva al musicista la pubblicazione de “Le Fontane di Roma”, opera nata tra il 1916 e l’inizio del 1917, che non aveva conosciuto al suo debutto alcun successo. Ottorino Respighi aveva subito l’influenza impressionista, come quella del sinfonismo centro-europeo e straussiano. Tra i suoi maestri, oltre a Martucci, ci furono Rimskij Korsakov e Max Bruch. Le pagine di Respighi sono permeate di colorismi orchestrali. Autore di tre opere liriche di bella resa drammatica come “Belfagor”, “La campana sommersa”, “La Fiamma”, permeate di turgori orchestrali, Respighi attinse la fama e una rinomanza mondiale soprattutto per la Trilogia Romana , un trittico di poemi sinfonici: “Le Fontane di Roma”, “I pini di Roma”e “Feste romane”. Nel suo repertorio anche tanti altri poemi sinfonici di successo. Molti grandi direttori d’orchestra li hanno portati sui palcoscenici di tutto il mondo come Karajan , Muti, Sinopoli, Ormandy, Maazel. Oggi, fra le grandi interpretazioni va annoverata quella di Antonio Pappano, registrata per la Emi Classics in CD, in numero limitato, in DVD con le immagini non turistiche di Antongiulio Onofri, un film che presenta l’Urbe con un commento a voce del Maestro, un appassionato e sensuale racconto di Roma, nel quale affiorano fascinazioni storiche, un amore vivissimo della città, letta nei suoi monumenti, nei suoi colori, nelle atmosfere con le quali si dona al turista e ai suoi abitanti. E’ una lettura sontuosa e sensibile, che affascina profondamente con una visione poetica che si trasmette poi nei suoni incisi con una grande prestazione artistica, e del direttore, e dell’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. Ed ecco Fontane di Roma, un quadro dipinto in quattro colori e in quattro momenti del giorno. L’alba si apre sulla “Fontana di Valle Giulia” dove si avvertono sensibilmente echi pastorali. Allora a Valle Giulia, oggi cuore pulsante della città, si potevano incontrare greggi di pecorelle condotte al pascolo. La musica (Andante Mosso) , racconta la leggerezza della scena bucolica. Una esplosione di trombe e il suono delle campane ci introducono alla vista “La Fontana del Tritone”, un paesaggio sonoro di tinte schioccanti e gioiose nella luce brillante del mezzogiorno, un allegro richiamo di naiadi, sirene e tritoni che danzano spruzzando acqua intorno. Più esuberanti i getti, più grandiose le immagini e più solenni maestose trionfanti le sculture: ecco “Fontana di Trevi” di pomeriggio la stessa, dove il turista lancia monetine e scatta foto. I trilli dei tromboni, i corni, le trombe si spengono, il clima emotivo cambia, ci si avvia verso le ombre del crepuscolo fra le delicate ondulazione della “Fontana di Villa Medici”, poi tutto si acquieta nel silenzio della notte che discende. I Pini di Roma del 1924 racconta la città con identico gusto per le atmosfere distese e gioiose, con temi di facile scorrevolezza, con momenti musicali di gusto popolaresco, con solennità di inno, con i canti degli usignoli, con le buccine che riportano alle legioni romane che scorrono lente e imperiose per la Via Appia. Così i Pini di Villa Borghese che si aprono sulle note di una filastrocca infantile “Oh quante belle figlie madama Doré”, con i bambini che giocano a rincorrersi, con gli strilli dei più piccoli, così le ombre dei pini presso una catacomba, un momento di riflessione solenne e salmodiante sul passato, così la notte serena tra i pini del Gianicolo mentre un usignolo canta e Roma è distesa come una matrona fra i suoi colli, così, infine, i pini di Via Appia, mentre sul far dell’alba l’esercito dei consoli marcia lungo la Via Sacra con le sue coorti a ranghi serrati per raggiungere le gloriose accoglienze riservategli dal Campidoglio. Ed ecco le Feste Romane, quattro momenti intessuti di memorie popolaresche. Il poema si apre con Circenses, dove si avverte il canto dei martiri cristiani condotti al sacrificio mentre la plebe esulta. Ne “Il Giubileo” la lunga teoria di preghiere dei pellegrini esplode in un canto di gioia alla vista di Roma mentre le campane di tutte le chiese si sciolgono in un saluto gioioso. L’Ottobrata racconta un momento tipico della Capitale con il clima che si modifica e l’aria frizzantina al mattino ritrova che il calore e il vigore dell’estate appena morta, per poi scivolare verso la notte inondata da una dolce serenata . La Befana si identifica con Piazza Navona, con il canto di un ubriaco, con la folla in cerca di doni per i bambini, con gli stornelli “ Lassatece passà, semo romani”. A completare il CD anche “Tramonto”, un brano per voce e orchestra a corde, su un testo di Shelley, una dolcissima riflessione sull’amore perduto mentre la natura rigogliosa sembra esplodere nei suoi splendori nella quale si avvertono echi monteverdiani e memorie del canto gregoriano.

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