La contraffazione rende all’Italia introiti per oltre 7 miliardi di euro. Il nostro Paese, inoltre, è oggi il primo produttore di beni contraffatti a livello europeo e il terzo a livello mondiale. La preoccupante verità emerge da una ricerca fatta dall’Istituto Piepoli e Confcommercio, resa nota ieri a Roma, che alza il velo sul sorprendente giro d’affari che ruota intorno alle merci “copiate”: articoli di abbigliamento, accessori, prodotti multimediali e informatici ma anche alimentari. Nell’ultimo anno, sempre secondo la ricerca presentata ieri, almeno il 16% dei consumatori, per lo più in età compresa tra i 18 e i 34 anni e di sesso femminile, ha acquistato almeno un prodotto falso senza sentirsi in colpa. Una cifra peraltro sottostimata visto che dalla ricerca sono esclusi i giovani di età inferiore ai 18 anni che sono soliti acquistare articoli d’abbigliamento, prodotti informatici e musicali, nelle bancarelle o tramite internet, dove, secondo Confcommercio, almeno il 30% della merce venduta è contraffatta. A spingere i consumatori ad preferire i tali prodotti non è però solo il prezzo basso ma anche il limitato rischio di venir gabbati e restar delusi: tali merci presuppongono infatti a monte aspettative di qualità più basse. La distribuzione di questi prodotti avviene tramite internet o canali abusivi esteri, ma finisce anche per finanziare lautamente la criminalità organizzata. Ben il 56% degli acquirenti è consapevole che ciò “alimenta la criminalità” e il 71% che “danneggia l’economia italiana”. Eppure la convenienza e la possibilità di acquistare un bene che, se originale, sarebbe fuori delle proprie possibilità economiche, continua ad allettare i consumatori. Quasi l’80% degli acquirenti di falsi è convinto che le autorità dovrebbero “combattere il fenomeno della contraffazione di articoli di marca e firmati” e che sarebbe necessario “un maggior controllo fra i mercatini, i venditori ambulanti, le bancarelle e via Internet”. Non sono pochi però quelli che, non senza ragioni, ritengono anche che per combattere il fenomeno bisognerebbe ridurre il prezzo dei prodotti di marca o perlomeno creare linee più economiche ma, soprattutto, dare più garanzie che gli articoli comprati nella normale distribuzione siano realmente originali. Non sono pochi, in effetti, i casi di merci comprate al negozio risultate poi non originali. I centri del falso, secondo quanto emerge dalla ricerca, in Italia sono in realtà spesso solo dei centri di mediazione: la produzione avviene all’estero, soprattutto nell’est europeo e in alcuni Paesi dell’est asiatico come la Cina, e la merce viene poi rifinita, marcata e smistata nello Stivale. Quel che più sorprende è che la produzione di falsi risulta strettamente legata agli stessi distretti industriali che producono la merce legale: in altri termini, fatta salva (seppur da verificare) la buona fede delle imprese proprietarie del marchio contraffatto, a creare i falsi sono probabilmente imprese esterne che collaborano alla produzione dell’originale. “La contraffazione è un danno per lo Stato, un furto per le imprese ed è un crimine per la società”, ha commentato ieri il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli che ha chiesto “tolleranza zero” per i falsari e il potenziamento degli strumenti di lotta preventivi e di contrasto. “Chi acquista una merce contraffatta - ha lamentato - incrementa una spirale criminale con dei costi sociali altissimi” anche in termini di occupazione. Come ha ricordato Confcommercio, l’86% degli oltre 250 milioni di articoli contraffatti sequestrati nell’Ue in un anno viene dalla Cina, con un incremento nell’ultimo anno del 234%. Prodotti di ogni tipo che, se sfuggono ai controlli, possono comportare anche rischi per la salute e la sicurezza. Basti pensare agli articoli farmaceutici e per il corpo, come i dentifrici, o alimentari come la passata di pomodoro cinese. Questi beni, che vengono poi lavorati e imballati nello Stivale, riceveno l’etichetta Made in Italy che all’estero significa garanzia di qualità. La qualità però non più garantita, e vengono spacciate per italiane merci che non sono tali. Ciò rischia per Sangalli di provocare un calo del volume d’affari e delle entrate, ma anche danni alla reputazione del Made in Italy, al Paese e all’intera economia, anche in termini di riduzione del gettito fiscale e di posti di lavoro. Non senza ragioni da tempo la Coldiretti chiede l’obbligo di indicare in etichetta anche la provenienza del prodotto, soluzione che consentirebbe “la rintracciabilità delle produzioni e il rafforzamento dei controlli”. La richiesta però finora è caduta nel vuoto. Da anni, purtroppo, si parla di lotta alla contraffazione e si cerca di combattere il fenomeno con strumenti più o meno adeguati. La necessità di riuscire nell’intento, però, oggi è più impellente che mai: le merci nostrane non possono più competere sul fronte dei prezzi, decisamente più alti di quelli dei beni provenienti dai mercati emergenti, ma solo sulla qualità, concetto per certi versi vago ma che costituisce in prospettiva l’unica via per differenziare i prodotti e renderli competitivi a livello nazionale e mondiale, concentrando gli sforzi su mercati di nicchia come il lusso. Questi settori, pur avendo volumi di vendita bassi rispetto ai corrispondenti mercati di fascia media e bassa, sono infatti di gran lunga più redditizi.
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