ACDa tempo si sta giocando una delicata partita per il controllo del sistema bancario in Italia, il cosiddetto “risiko bancario”, fatto di fusioni e controfusioni nelle quali, gratta gratta, trovi sempre lo zampino della politica. Purtroppo con i politici sempre più camerieri dei banchieri. Ieri c’è stato un colpo di scena. Il Monte dei Paschi di Siena ha, a sorpresa, annunciato di aver raggiunto un accordo con Banco Santander per l’acquisto di Banca Antonveneta. Per l’acquisizione la banca storicamente vicina all’area comunista (o postcomunista) ha dovuto sborsare ben 9 miliardi di euro, un prezzo considerato dagli analisti troppo alto in relazione al reale valore dell’istituto padovano. L’operazione, ovviamente, ora è soggetta all’approvazione delle autorità competenti e nell’affare non è entrata Interbanca, controllata di Antonveneta, che opera come banca corporate e delle imprese. Banca Antonveneta è uno degli asset di Abn Amro attribuiti al Banco Santander, che ha partecipato al consorzio formato con con Royal Bank of Scotland e Fortis nell’Opa su Abn recentemente conclusa. Il vero obiettivo dei senesi erano certo gli sportelli di Antoneneta, circa mille, che portano il numero delle filiali MPS ora a 3.200, praticamente già raggiungendo l’obiettivo del piano industriale. Soprattutto sale la quota di mercato nel Nord-Est al 10%, un’area geografica dove il Monte intendeva colmare un gap strutturale della rete. Il prezzo di 9 miliardi per circa 1.000 sportelli (8,5-9 milioni di euro per filiale) è di poco superiore a quanto, 2 anni fa, spese Abn Amro (circa 8,5 miliardi). L’acquisto dell’Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena ha colto di sorpresa anche il mondo della politica. Sarebbe però sbagliato considerare l’operazione come un successo di D’Alema e Fassino. L’Mps si è allontanato dai vertici della Quercia fin dai tempi in cui si rifiutò di partecipare all’acquisizione della Bnl con Unipol. Insomma, questa non sarà la grande banca rossa, ma piuttosto una sfumatura più rossa della finanza laica. Un polo bancario che non è immediato riferimento di una forza politica (come sarebbe stato nel caso di Unipol-Bnl), ma che può considerarsi vicino a Prodi e anche a Veltroni. Il punto debole di Veltroni è notoriamente proprio il Nord e soprattutto il Triveneto. Una banca amica del Pd fortemente radicata in quella zona è una benedizione per il kennedyano del campidoglio. Tra gli sconfitti certo Berlusconi e soprattutto la Lega (che non a caso voleva costruire il polo bancario del Nord con Fiorani). Un’operazione simile fa anche comprendere la portata dei cambiamenti delle politiche di via Nazionale perché l’avallo del governatore Draghi, ovviamente informato, dimostra che in Bankitalia l’era Fazio è davvero terminata. Un’ultima stranezza. Tra i primi a compiacersi per il successo dell’operazione c’è stato Guido Crosetto, deputato di Forza Italia e consigliere di Berlusconi in materia bancaria e subito dopo è stata la volta di Maurizio Gasparri di An. Il centrodestra fa buon viso a cattivo gioco oppure c’è qualche lato della vicenda che ci sfugge.
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