Sarebbe di sette morti e decine di feriti il bilancio ancora provvisorio della degli scontri di ieri tra manifestanti antigovernativi e polizia keniota. In due giorni il totale delle vittime sale così a 11, mentre oggi il Paese africano si prepara al terzo giorno consecutivo delle manifestazioni indette dal Movimento Democratico dell’Arancia (ODM) che chiede l’annullamento delle elezioni di dicembre che hanno confermato Mwai Kibaki alla presidenza. Ieri, in serata, la polizia aveva confermato la morte di due sole persone avvenuta durante gli scontri di piazza a Nairobi. A denunciare l’uccisione di almeno altri cinque manifestanti è stato stesso leader dell’opposizione, Raila Odinga, che ha rinnovato la proposta di nominare un “governo di transizione” che possa portare di nuovo i kenioti a votare. Fra le vittime, secondo quanto affermato da Odinga alla stampa, vi sarebbe un autista che lavorava per un membro del parlamento in forza all’opposizione, ucciso dalla polizia nel momento in cui stava uscendo dalla sua abitazione nel distretto di Kasarani, a Nairobi. Sull’operato della polizia, accusata a più riprese di aver usato la mano pesante su manifestanti pacifici, lo stesso capo delle forze dell’ordine di Kisumu – città dove si registrano diverse vittime – ha reso noto che saranno aperte indagini interne. La forte tensione rivela la gravità della contrapposizione in atto, con omicidi mirati che si accavallano alle violenze di piazza ed alla repressione delle forze di sicurezza. Il ministero dell’Interno keniota ha confermato il divieto di manifestare, decisione che i leader dell’OMD continuano ad ignorare incitando i propri sostenitori a concentrarsi nelle aree centrali delle principali città del Paese. Nella capitale Nairobi i manifestanti cercano di raggiungere il parco di Uhuru, il parco della libertà, scelto come luogo simbolico delle proteste i cui dintorni sono però presidiati da un imponente cordone di polizia in assetto anti sommossa e da membri delle unità paramilitari governative. “Le manifestazioni continueranno e non ci faremo intimidire né ci fermeremo per nessuna ragione al mondo”, ha dichiarato all’agenzia Afp il Segretario generale dell’ODM, Anyang Nyongo, le cui parole sono state confermate dal portavoce dell’opposizione, Salim Lone, che interpellato dall’agenzia Associated Press ha aggiunto: “Vietare cortei ed assembramenti equivale ad ammettere la sconfitta. Le nostre iniziative continueranno sino a quando il governo non si siederà al tavolo con noi per cercare una soluzione”. Da parte sua l’esecutivo continua a mantenere il riserbo nel tentativo di limitare il più possibile dichiarazioni che potrebbero infiammare ancor più la piazza. Per Alfred Mutua, portavoce governativo, l’opposizione dovrebbe presentare le proprie richieste in un tribunale e non convocare manifestazioni. Resta comunque l’accusa nei confronti dei leader dell’ODM di aver montato i voti ottenuti e di voler alimentare il conflitto etnico invece di sostenere la via del confronto politico. Cresce nel frattempo l’allarme profughi. Altri 2mila sarebbero fuggiti dal Kenia in Uganda, ha riferito il vice ministro ugandese per le Emergenze e i Profughi Musa Ecweru all’agenzia di stampa tedesca Dpa. I nuovi rifugiati si aggiungono ai 6mila kenioti che già nella prima settimana di violenze avevano attraversato la frontiera. Le Nazioni Unite hanno annunciato il lancio di una raccolta fondi internazionale per raccogliere circa 34 milioni di dollari Usa, cifra stimata per portare i primi soccorsi alla popolazione coinvolta dall’ondata di violenza. Oltre ai profughi rifugiatisi in Uganda, il Palazzo di Vetro ha parlato di circa 250mila kenioti che hanno lasciato le proprie abitazioni. Sul fronte della mediazione internazionale, dopo il sostanziale forfait degli Stati Uniti anche il Commonwealth ha alla fine espresso forti dubbi sull’esito dei risultati delle urne del 27 dicembre scorso. In ogni caso, né Washington né Londra si sono ancora sbilanciate per una delle due fazioni, limitandosi a chiedere alle parti maggiori sforzi per avviare il dialogo. L’attendismo è strategico: in questa fase caotica puntare su un cavallo potrebbe annullare ogni possibilità di influenza sul Paese qualora la scelta si rivelasse sbagliata e, di conseguenza, lasciare il campo libero al rivale internazionale. L’unica istituzione internazionale ad aver aggiustato la mira è l’Unione europea, anche perché meno coinvolta nel futuro assetto istituzionale del Kenya, se non per interessi che inevitabilmente passerebbero per Washington o Londra. Il compito è stato affidato al Parlamento di Strasburgo che ieri ha votato all’unanimità in favore di una risoluzione che congela i 400milioni di euro di finanziamenti al Paese africano previsti per il prossimo quinquennio. L’Europarlamento non ha voce diretta sul capitolo budget, ma il messaggio lanciato alla Commissione europea è chiaro: per gli eurodeputati la bilancia pesa a sfavore del presidente Kibaki. L’azione di Strasburgo avrà sicuramente ricevuto il plauso dell’ODM e del leader Odinga che proprio ieri aveva esortato la comunità internazionale ad imporre sanzioni contro l’esecutivo keniota: “Le sanzioni sono l’unico mezzo per costringere Kibaki a rendersi conto che non vi potranno essere rapporti normali con il resto del mondo sino a quando non accetterà un accordo per la soluzione pacifica”. Parole “democraticamente corrette”, ma inefficaci: il dubbio resta tra chi vuole il confronto e chi lo scontro.
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