Un compito difficile attende il nuovo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti e il suo collega dello Sviluppo economico, Claudio Scajola: stimolare un’economia in rallentamento, zavorrata dal caro-greggio, dall’inflazione, dal forte ritardo infrastrutturale, dalla stasi dei consumi interni e da un rapporto euro-dollaro sfavorevole che rallenta gli effetti trainanti delle vendite sui mercati esteri. E le strade per farlo, purtroppo, non sono molte dal momento che ai singoli governi non resta che la leva fiscale e, in parte, quella degli investimenti in infrastrutture ed innovazione. Le prospettive, d’altronde, non sono rosee: secondo le ultime stime di Unioncamere, l’Unione delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, i tassi di inflazione resteranno infatti sopra il 3% perlomeno sino alla fine dell’estate, con una media annua che si attesterà al 3%. Se il petrolio dovesse mantenersi alle attuali quotazioni e le conseguenze indirette dello shock dovessero manifestarsi appieno, si legge nel Rapporto 2008 di Unioncamere presentato ieri a Roma, i prezzi finiranno per crescere anche nel 2009. “Le tensioni sul mercato alimentare paiono destinate a durare - si legge nel testo - le quotazioni del grano duro hanno confermato i massimi già raggiunti nella seconda metà del 2007 e le altre filiere alimentari, oltre a quelle dei derivati dei cereali, stanno manifestando tensioni dai derivati del latte, agli oli e grassi, alle carni di pollo, sino alle conserve”. Quello che all’inizio era un “episodio inflazionistico confinato ad alcune specifiche merceologiche”, ha evidenziato il Centro studi delle Camere di commercio, sta ora “contagiando” le altre filiere, dal mais all’olio, dalla farina alla pasta, dal latte ai formaggi, anche a causa dei meccanismi distributivi del commercio che tendono a “compensare gli aumenti sui singoli prodotti” alzando i prezzi delle altre merci. “Nel mercato dei beni non alimentari - si legge inoltre nel Rapporto - il cammino del 2008 si annuncia in graduale accelerazione”. L’aumento dei costi dell’autotrasporto indotto dal caro-carburanti infatti, come ha denunciato anche la Cgia di Mestre, non può non comportare significativi rincari sulla spesa quotidiana degli italiani perché solo il 15% delle merci in Italia non si muove su gomma e i costi di trasporto incidono sul prezzo finale dei beni per oltre il 10%. Per quest’anno, poi, la componente interna del costo del lavoro dovrebbe rimanere moderata, ma maggiori pressioni “sono da attendersi” secondo Unioncamere nel 2009, quando allo scenario di stagnazione della produttività potrebbero aggiungersi inevitabili pressioni sul fronte dei salari. L’arretramento del potere d’acquisto, specie se protratto nel tempo, non potrà non indurre i lavoratori a cercare di recuperare l’inflazione nelle successive tornate contrattuali, spingendo al rialzo il costo del lavoro. Considerando che il gap infrastrutturale del nostro Paese rispetto agli altri Stati dell’Ue è cresciuto in modo rilevante in 15 anni, specie negli ultimi cinque, la strada appare ancora di più in salita. Tra il 2000 e il 2005, ha sottolineato il centro Studi nel Rapporto, in Italia sono stati aperti solo 64 km di autostrade. Nello stesso periodo, in Francia i chilometri sono stati 1.035 e in Spagna quasi 3.000, nonostante la rete autostradale di questi due Paesi sia già quasi doppia rispetto a quella italiana. Il ritardo, per Unioncamere, è dovuto non tanto alla carenza di investimenti - gli importi dei tre Paesi sono comparabili - quanto alla destinazione dei fondi: l’Italia, infatti, investe più in manutenzione straordinaria che in nuove opere. L’alta velocità realizzata nello Stivale, inoltre, è circa un terzo di quella attivata in Francia e Spagna e ancora più grave appare il divario della rete metropolitana: sull’intero Stivale sono presenti in totale 230 Km, mentre un numero superiore o di poco inferiore di chilometri è presente nelle sole grandi capitali dei principali Stati europei, come Londra (408 km), Madrid (310 km), Parigi (213) e Stoccolma (100). A ciò si aggiunge un forte e crescente gap tra Nord e Sud dell’Italia che negli ultimi anni non è stato minimamente colmato. Anche a causa di queste gravi carenze e peculiarità tutte italiane, come ha sottolineato Unioncamere, in media nel 2008 il Pil dello Stivale crescerà solo dello 0,8%, con un picco dello 0,6-0,7% al Centro Nord e un “preoccupante” record negativo dello 0,1% nel Sud. Una “vera e propria gelata della crescita”, con un Mezzogiorno che, come ha ribadito il Centro Studi, non riesce ad agganciare la ripresa. Anche l’export, positivo nel 2007 in termini di valori esportati (più 8% nel complesso, più 6,1% in Europa e più 11,1% nei Paesi Extra-Ue) e trainante per la nostra economia, pur essendo più solido rispetto a quello dei colleghi dell’Unione, ad aprile ha iniziato a manifestate i primi segnali di rallentamento. Per questo, secondo il presidente di Unioncamere Andrea Mondello, in questo “quadro di grande difficoltà l’Italia è chiamata a fare una scelta forte in favore della modernità e del merito”, superando il “pericoloso appiattimento del livello retributivo” che riflette “un Paese disattento al valore dello studio e delle competenze che rischia di mortificare le migliori risorse su cui può contare per rilanciarsi” dal momento che la crisi “mette a rischio la tenuta sociale del Paese”, colpendo i più deboli, gli anziani e le famiglie. Per Mondello, la “maggiore speranza di crescita” sta nell’export e nelle buone performance delle nostre medie e piccole imprese dello Stivale che negli ultimi anni “stanno indicando la strada da seguire” dinanzi alla globalizzazione: qualità, innovazione continua e personalizzata, conquista dei mercati con il controllo delle filiere più pregiate, capacità di attrarre le piccole imprese più dinamiche anche se infrastrutture e Mezzogiorno rimangono i nodi essenziali e le tematiche prioritarie su cui l’Italia si deve concentrare. Nel breve però, è giusto ricordarlo, la cura non può che essere quella indicata timidamente dall’Aduc: il nuovo inquilino di via XX settembre dovrebbe prescrivere immediatamente al malato Italia soprattutto il taglio delle accise. Di fronte a rincari dei carburanti che, secondo i calcoli dell’associazione dei consumatori, si aggirano in un anno intorno al 12% per la benzina e al 26% per il gasolio, con una maggiore spesa per le famiglie di almeno 1.200 euro l’anno, ciò che davvero serve è “un’inversione di tendenza delle politiche energetiche” dell’Ue. “Chiediamo a Scajola - ha dichiarato ieri il presidente dell’Adoc, Carlo Pileri - di porre come priorità delle azioni di governo il caro carburante”, il monitoraggio dei prezzi, l’incentivazione dell’apertura “di impianti di distribuzione privi di marchio” nonché l’adozione dell’euro come valuta di pagamento del petrolio per attutire le fluttuazioni speculative sul dollaro debole e, in collaborazione con Tremonti, “la riduzione delle accise di 10 centesimi”. Questi interventi in effetti, come ha spiegato Pileri, permetterebbero di calmierare di riflesso tutte merci sui cui ricade il caro-greggio, a partire dai beni alimentari freschi. Diversamente, con un greggio che vola verso i 150 dollari al barile le conseguenze sul piano economico e sociale sarebbero “devastanti”. Più efficace, però, sarebbe un taglio delle accise più significativo - l’ideale sarebbe quello totale - che farebbe crollare il prezzo dei carburanti fino ad oltre il 50%, con effetti positivi sui prezzi ed espansivi sulla crescita e i consumi. Di certo non sarà facile per Tremonti attuare una tale misura, al momento non consentita se non parzialmente dall’Ue, né convincere i colleghi europei a rivedere la politica energetica comunitaria. È proprio da ciò, però, che dipenderà una ripresa più o meno veloce della nostra economia.
|