“È meglio l’uovo oggi o la gallina domani?”. Il vecchio dilemma dei nonni sembra purtroppo adeguarsi perfettamente al dibattito elettorale sulle pensioni. Demagogica e strumentale, questa tematica è infatti - insieme con Alitalia - l’argomento principe dell’arena politica, specie nel confronto tra Pd e Pdl, una questione da cui può dipendere l’assetto del futuro Parlamento. Sia chiaro: il problema del reddito è concreto e tangibile, sentito dai cittadini come poche altre questioni. A ben poco, però, servono le false promesse dei politici nostrani, soluzioni che aiutano poco i pensionati di oggi ma danneggiano quelli di domani, aggirando un impegno - quello preso a Maastricht in materia di indebitamento - che purtroppo non si ha il coraggio politico di rimettere in discussione. Le soluzioni proposte, infatti, danno forse momentaneamente fiato alle tasche di chi oggi è in pensione, agendo sul fronte delle imposte, ma in cambio chiedono di svuotare quelle di chi lo sarà in futuro, di quei giovani cioè, cui oggi si impone di lavorare fino ad 80 anni, rinunciando ai diritti previdenziali che i tradizionali coefficienti di trasformazione, già più volte tagliati, hanno garantito finora e in passato. Unica certezza garantita agli italiani: in futuro la povertà sarà “uguale per tutti” i pensionati! Con i meccanismi di indicizzazione improvvisamente rispolverati dalle antiche soffitte - a proposito, ma non erano stati banditi perché pericolosamente inflattivi? - i lavoratori di oggi avranno infatti la certezza che la pensione da fame che avranno maturato con il sistema contributivo sarà adeguata all’inflazione a partire dal giorno in cui andranno in quiescenza. In sostanza, una volta usciti dal mondo del lavoro, con una speranza di vita in media di 10/20 anni, la maggior parte dei pensionati di domani potranno contare su una pensione particolarmente bassa, rinvigorita però dall’indicizzazione. Non conterà più il lavoro svolto e il contributo dato alla società: tutti coloro che ne avranno diritto incasseranno una pensione bassa, felici - forse - di essere tutti eguali di fronte al carovita. Basta con i privilegi e le disuguaglianze sociali: nell’Occidente delle libertà e delle possibilità, l’uguaglianza verso il basso sarà una realtà per tutti, prima i pensionati e poi, probabilmente, i lavoratori. Se necessario poi, in nome del risanamento, non mancheranno nuove “riforme” correttive, necessarie per coprire le spese dell’indicizzazione, che risulta scardinata dai contributi versati tanto quanto le tanto discusse pensioni retributive. Rispetto ai parametri di Maastricht, invece, il problema è solo rinviato: per ora il governo potrà sbandierare un raggiunto “equilibrio dei conti”, con una spesa pensionistica apparentemente in calo nel lungo periodo, ma tra qualche decina di anni, quando la variabile impazzita e incalcolabile dell’indicizzazione farà sentire i suoi effetti finanziari di lungo periodo, i nostri figli dovranno pagare con nuovi tagli ai diritti. Anche l’ultima boutade del leader del Pd, Walter Veltroni, di aumentare a partire dal 1 luglio 2008 di quasi 400 euro annui le pensioni fino a 25.000 euro all'anno (circa 2.000 euro mensili) e di un importo compreso tra i 250 e i 100 euro per quelle comprese tra 25.000 e 55.000 euro annui, in fondo, rischia di essere una pillola avvelenata, che dà respiro ai pensionati di oggi per strozzare quelli di domani. L’obiettivo, seppur realizzato con la leva fiscale, richiederà infatti il taglio di altre voci di spesa del bilancio pubblico, a scapito di tutti i cittadini presenti e futuri, cui si aggiungeranno le crescenti spese di indicizzazione delle pensioni stesse. Non diverso è lo sbocco della proposta del Pdl. “Il problema delle pensioni - ha dichiarato in una intervista Silvio Berlusconi, - è che non sono state adeguate all’aumento del costo della vita. Sarebbe un fatto fondamentale e di giustizia introdurre un adeguamento ai prezzi, soprattutto a partire dalle pensioni più basse”. “Finora l’adeguamento è stato dell’1,6%, mentre l’aumento medio dei prezzi è stato del 4%” e, ha aggiunto il Cavaliere, per pane e pasta “del 12 e 14%”. Tali considerazioni, seppur condivisibili, richiederebbero soluzioni strutturali e di lungo periodo, da attuare cioè sul fronte del contenimento dell’inflazione da costi. In generale la leva fiscale, per quanto utile a stimolare i consumi ed a riavviare l’economia, non è sufficiente senza misure più strutturali ed è controproducente se concessa in cambio di altri sacrifici previdenziali e in termini di servizi dello Stato. I 400 euro promessi da Veltroni , ad esempio, sarebbero in realtà un costo molto oneroso per le casse dell’Erario. “L’ultima beffa di Walter Veltroni - ha commentato Renato Brunetta, vice-coordinatore di Fi - ha preso di mira i pensionati, ai quali promette un miglioramento del proprio reddito attraverso l’uso (sarebbe meglio dire l’abuso) della leva fiscale”. Per il deputato del Parlamento Europeo, le proposte del Pd “sono sottostimate nei costi e non hanno indicazioni adeguate per quanto riguarda la copertura finanziaria, dal momento che gli oneri richiesti sopravanzeranno di almeno un miliardo di euro l’anno l’ammontare indicato”, tanto più che la platea dei pensionati over 65 è “molto più ampia di quella presa a riferimento nei calcoli del Pd” e che “la manovra tende a coinvolgere (considerando le fasce di reddito interessate) almeno il 98% dei trattamenti pensionistici vigenti”. L’esponente del Pdl ha sottolineato inoltre che il programma di Veltroni prevede l’abbassamento della pressione fiscale sotto il 40% con ulteriori vantaggi per i contribuenti pensionati, che se proprietari di una casa, beneficerebbero anche del calo dell’Ici, della detassazione della tredicesima e dell’introduzione del quoziente familiare per le persone a carico. Ma l’obiezione “più rilevante” per Brunetta è che Veltroni non affronta la questione strutturale delle pensioni liquidate, cioè “i criteri della rivalutazione allo scopo di difendere non solo il potere d’acquisto ma il valore nel tempo”. Aspetto che, per il vice-coordinatore di Fi, sarebbe invece affrontato dal Pdl proprio con l’applicazione della riliquidazione semestrale sulla base dei tassi di inflazione reale e la partecipazione delle pensioni alla produttività, cioè alla dinamica retributiva dei lavoratori attivi. “Senza questi correttivi - ha spiegato Brunetta - i benefici di carattere fiscale saranno sempre incerti, perché affidati all’andamento più generale dei conti pubblici”, come hanno dimostrato i venti mesi del governo Prodi, durante i quali i pensionati che si aspettavano benefici hanno subito oneri più alti in termini di trattenute, servizi locali e utenze domestiche. Chissà, forse come sostiene il senatore azzurro Maurizio Sacconi, la proposta del Pd “è la prova inconfutabile della consapevolezza della sconfitta”, che consente di fare promesse straordinarie sapendo di non doverle rispettare. In ogni caso, se nel breve periodo è condivisibile la proposta del Pdl di prevedere “un paniere specifico per i pensionati” che adegui le pensioni al costo reale della vita, decisamente criticabile appare la proposta dello stesso Brunetta di rafforzare il sistema contributivo allungando ancora la vita lavorativa e tagliando i coefficienti di trasformazione, soluzione che innesca appunto quel meccanismo vizioso di impoverimento diffuso della cittadinanza già descritto. Di fronte al voto, insomma, gli italiani dovrebbero chiedersi se, davvero, alla “gallina di domani” - le pensioni rialzate per gli over 65 a mo’ di concessione dall’alto in cambio di tagli sui diritti - non sia preferibile “l’uovo di oggi” - cioè vitalizi bassi con garanzie sul fronte dei meccanismi di acquisizione dei diritti previdenziali e misure strutturali sull’inflazione, tanto più che - come si suol dire - la gallina futura rischia di non essere buona nemmeno per fare il brodo! Con un trend inflazionistico elevato, infatti, nel tempo il potere di acquisto delle pensioni basse sarebbe comunque corroso in modo rilevante, diventando insufficiente per una vita dignitosa. Ma nello stesso tempo i diritti acquisiti sarebbero anche minori e le misure fiscali, slegate dai diritti pensionistici, sarebbero comunque revisionabili in ogni momento e da qualsiasi governo. Non è solo un’impressione, quindi, se gli italiani si sentono in trappola…
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