Con un effetto domino di facile previsione gli scontri scoppiati due giorni fa nei quartieri sciiti di Beirut, in occasione dello sciopero generale indetto dall’Unione sindacale nazionale per l’aumento dei salari, si sono estesi anche al di fuori della capitale, nella zona nord-orientale della Beeka, riaccendendo i timori dell’esplosione di una nuova guerra civile. Il bollettino degli ultimi combattimenti nella città di Saadnayel è di tre feriti, ma c’è chi ha parlato anche di una ragazza rimasta uccisa in una sparatoria fra membri, o simpatizzanti, di Hizbollah e attivisti della Corrente del Futuro di Sa’ad Hariri che sostiene il governo filoUsa del sunnita Fuad Siniora. Fonti della sicurezza libanese hanno riferito, inoltre, che membri dello stesso gruppo filogovernativo hanno attaccato con sassi e bastoni due auto dell’ambasciata iraniana presso il confine con la Siria; mentre l’agenzia ufficiale libanese Nna ha reso noto scontri a Tripoli (recentemente nota per i combattimenti nel campo profughi di Nahr el Bared), nel nord, nel corso del quale sono rimaste ferite altre due persone. Una fonte Corrente del Futuro ha spiegato che gli attivisti del partito hanno chiuso le strade che conducono al confine siriano e la via costiera presso il porto meridionale di Sidone. Anche le vie di accesso a Beirut sono rimaste chiuse. L’emittente tv legata ad Hizbollah, Al Manar, ha reso noto che il gruppo di Saad Hariri ha inviato circa 400 uomini armati da Tripoli a Beirut a presidiare l’area attorno all’emittente Future Tv, che appartiene alla famiglia libanese. Per il secondo giorno consecutivo anche le principali strade di Beirut sono rimaste bloccate dai presidi eretti dai militanti sciiti, compresa la via d’accesso all’aeroporto internazionale, da due giorni praticamente paralizzato. Per il momento quello che sta accadendo nel Paese dei Cedri può considerasi ancora una degenerazione pericolosa, quanto naturale, di tensioni interne che attraversano il Libano dal 14 febbraio del 2005, data dall’omicidio Hariri, e accentuate dalla continua opera di destabilizzazione e dalle pressioni provenienti dall’esterno, ma il rischio che la situazione, in una totale mancanza di autorità politica riconosciuta da tutti - ancora di più ora che il Paese è privo di un capo di stato da cinque mesi - degeneri esiste realmente. A chi gioverebbe? Non certo ai Paesi limitrofi come la Siria - tirata invece continuamente in ballo in Occidente e in Israele per presunte responsabilità in quanto sta accadendo in Libano – tra i due fuochi del caos iracheno e di quello libanese. Di fronte ad una guerra civile che insistentemente fa capolino, l’esercito libanese ha diramato un comunicato in cui sottolinea che “il protrarsi di questa situazione minaccia l’unità delle strutture militari”, scongiurando che avvenga quello che già nel 1976 ha portato allo sfaldamento delle forze armate regolari, alimentando le lotte intestine fra gruppi e fazioni. La ricetta per uscire dal caos degli ultimi giorni è stata presentata ieri pomeriggio dal leader del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, che ha chiesto, in cambio della fine delle manifestazione dei suoi, l’annullamento del decreto con cui alcuni giorni fa è stata interrotta la rete di telecomunicazione del suo movimento. Un altro degli episodi che ha avuto l’effetto di aggiungere altra benzina al fuoco delle tensioni, rivelandosi nuovo casus belli. Nei giorni scorsi l’esecutivo Siniora, infatti, aveva dichiarato illegale una rete telefonica privata allestita da Hizbollah in uno stand nell’aeroporto, decretando il trasferimento ad altro incarico per il capo della sicurezza dello scalo di Beirut, sospettato di avere legami con il gruppo sciita. Parlando in un discorso trasmesso alla televisione, ieri, il segretario generale del movimento ha rivelato che “le autorità libanesi hanno chiesto di porre fine alle manifestazioni nel centro di Beirut in cambio del loro silenzio circa la rete di telecomunicazione”. “Io non voglio dichiarare guerra”, ha poi proseguito, “ma voglio dichiarare il diritto a difenderci”. “Non combattiamo, ma non accettiamo che ci sparino contro o che tocchino le nostre armi – ha affermato - Se vogliono il dialogo devono annullare il decreto illegittimo”. “Devono dare seguito, inoltre, all’appello del presidente del parlamento Nabih Berri per aprire un tavolo di discussione tra le parti”, ha continuato infine con un riferimento allo stallo politico che blocca il Paese dei Cedri da un anno e mezzo, e cioè da quando i parlamentari dell’opposizione sono usciti dall’Assemblea. Alcune fonti vicine al governo hanno però già escluso qualsiasi possibilità di ritrattare le decisioni prese. L’ultima vicenda dell’aeroporto fa parte di un disegno ben più ampio,delineato ieri da Nasrallah, che vede protagonista l’esecutivo Siniora, la maggioranza filo Usa, Stati Uniti e Israele. E’ in questa prospettiva che andrebbero inquadrate le recenti decisioni di sostituire i vertici della sicurezza nello scalo e di impedire ad Hizbollah di continuare a utilizzarlo come proprio centro. Il leader sciita ha accusato chiaramente il governo di voler trasformare l’aeroporto internazionale Rafiq Hariri, bloccato da mercoledì, in una “base per la Cia, l’Fbi e il Mossad” e di voler nominare a questo scopo, dopo la rimozione del generale Wafiq Shqeir, un “ufficiale vicino alla Cia”. “Il problema non sono i turisti o altro. Non ci sono problemi di sicurezza interna sulla questione dell’aeroporto”. “Sono loro che vogliono mettere le mani sullo scalo: non possiamo permettere che diventi la base dei servizi segreti stranieri”, ha sintetizzato il numero uno del partito. Quanto fatto dall’esecutivo, ha concluso, equivale a “una dichiarazione di guerra contro la resistenza a vantaggio degli Stati Uniti”. Nel frattempo, ieri, di fronte alla degenerazione della situazione, il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki moon ha annunciato che le regole d’ingaggio dell’Unifil, potrebbero cambiare, anche se non immediatamente, a seguito delle dichiarazioni dell’inviato dell’Onu Terje Roed-Larsen, che ha definito l’organizzazione sciita Hizbollah “una minaccia alla pace” regionale. Una chiara risposta alle richieste esplicite da parte di Washington e Tel Aviv per trasformare la forza di interposizione delle Nazioni Unite in una forza offensiva contro il Partito di Dio, regolando così i conti in sospeso dall’estate 2006.
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