Appena nominato, il Guardasigilli del nuovo Governo Berlusconi, Angelino Alfano, incassa subito il placet dell’associazione nazionale dei magistrati. Una promozione che suona insolita visti i manifesti dissapori da sempre intercorsi tra magistrati e esponenti del Pdl, in primis lo stesso Cavaliere. Ed infatti la dichiarazione fatta ieri da Simone Luerti, all’indomani della nomina a ministro della Giustizia di Alfano, più che una dimostrazione di disponibilità all’operare assieme suona come il voler suggerire il comportamento da seguire al neo ministro. E così dopo aver affermato “Disponibilità totale, senza preclusioni e senza volontà di contrasto, all’individuazione di seri interventi che almeno comincino a porre rimedio al disastro della giustizia”, e aver comunque avvertito non solo che “sarebbe incongruente uno Stato che non si curasse della giustizia ma si preoccupasse troppo e solo dei suoi magistrati”, ma anche che “la magistratura deve migliorare la risposta che offre ogni giorno alle esigenze di giustizia dei cittadini”, Luerti parte all’attacco con le richieste della sua categoria. Ed in primis affronta la questione delle prime nomine e della riforma di Mastella che vieta per quattro anni ai magistrati di prima nomina di fare il pm o il giudice penale monocratico. Luerti lamenta subito che la suddetta norma “troppo rigida” dovrebbe divenire “più elastica” per adattarsi alle necessità degli organici delle sedi disagiate, soprattutto nel Sud Italia. Una richiesta che di fatto sembra assurda perchè il problema non sta tanto nella norma di Mastella che, considerando le competenze di un magistrato alla prima nomina è più che plausibile che non riceva immediatamente incarichi rilevanti, ma è da ricercare alla radice, o meglio, a quella volontà che pm o giudici monocratici, acquisita una minima visibilità nella carriera, preferiscano traslocare subito in sedi più ambite, andando quindi a popolare città come Mialno e Roma. Rispetto poi alla possibilità di un’Alta Corte per il disciplinare dei magistrati, il presidente dell’Anm sottolinea che la sua categoria non ha né “dogmi né tabù” e che “l’attuale modello non è necessariamente l’unico, si possono pensare forme più efficaci. A patto che non violino surrettiziamente l’indipendenza dei magistrati”. Luerti ritorna così a parlare di indipendenza della magistratura, dimenticando che i primi a travalicare il limite già poco netto tra politici e magistrati sono stati proprio quest’ultimi che sempre più spesso hanno abbandonato la toga per gettarsi in politica, dimostrando quindi che non esiste quell’indipendenza che tanto predicano. Ma ieri a dare il benvenuto al neo Guardasigilli è stato anche l’esempio più evidente del magistrato prestato alla politica, Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, e guarda caso anche lui accanito sostenitore dell’indipendenza della magistratura. Di Pietro ha subito avvertito Alfano che di fatto “sarà Berlusconi il vero ministro della Giustizia”. Arriva poi l’affondo dell’ex pm al cavaliere: “È un governo formato da elementi deboli per evidenti soluzioni forti che vorrà dettare Berlusconi in splendida solitudine, a cominciare dalla giustizia”. Così dunque il numero uno dell’IdV ha commentato la composizione dell’esecutivo, garantendo che il suo partito “starà molto attento, vigileremo, soprattutto su temi come la libertà di informazione, la giustizia, la sicurezza, perchè - aggiunge Di Pietro - con questa dittatura dolce Berlusconi vuole addormentare le coscienze per fornire soluzioni difficili da realizzare”.
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