L’ufficio delle entrate italiano ha diffuso in rete (online) la lista completa delle dichiarazioni dei redditi degli italiani per il 2005, su ordine di Vincenzo Visco viceministro uscente dell’Economia (defunto governo Prodi). Un fatto, questo, impensabile in quasiasi paese al mondo. E che dovrebbe essere soprattutto impensabile in Italia se si dovesse credere – ma né io né nessun altro ci crediamo – che all’onnipresenza direi maniacale del discorso italiano per la privacy corrisponda una qualunque sostanza. Ma in Italia – lo sappiamo tutti – le parole e le cose appartengono a sfere nettamente distinte. Chiunque di noi espatriati abbia fatto di recente un viaggio nella penisola si è trovato a dover firmare documenti su documenti – in albergo, in autostrada, ovunque – per acconsentire a lievi eccezioni a quella tremenda legislazione sulla privacy che tutela in maniera schiacciante, in teoria, gli utenti italiani. Nella penisola non si riesce neppure a comprare un telefonino, alloggiare per una notte in un hotel, servirsi di un computer, mangiare una pizza, se prima non si firma una dichiarazione sulla privacy. Ebbene, in un tal paese, dove la parola privacy viene pronunciata pur se in maniera sovente sbagliata più spesso di “mamma” o “extracomunatario”, è avvenuta la bischerata di Visco, con il risultato che qualunque sconosciuto, il vicino di casa, l’ex coniuge, un acerrimo nemico, un pericoloso criminale hanno avuto la possibilità di acquisire particolari preziosi sulla vostra situazione economica e familiare. Oggigiorno si parla tanto del rischio per il comune dei mortali che avvenga un furto d’identità. Ne parlano anche in Italia, soprattutto alla televisione. Ma appunto in Italia se ne parla... tanto per parlare. Il Garante della privacy ha denunciato con forza questa grave violazione della legge. Le autorità hanno aperto un fascicolo... contro ignoti, ordinando un’indagine, diretta a “verificare se la pubblicazione dei dati possa aver creato pregiudizio per i contribuenti”. E come ha reagito il resto degli italiani? Nella solita maniera: con polemiche, dichiarandosi gli uni favorevoli, gli altri contrari. I contrari sottolineano il carattere privato della dichiarazione dei redditi e gli abusi possibili, molto gravi, derivanti dalla violazione di questo diritto alla privatezza. I favorevoli invece dicono: così chiunque potrà constatare e denunciare gli abusi incredibili di gente benestante o addirittura ricca che dichiara redditi molto bassi, o che non dichiara nulla. Gli stessi giornalisti sono apparsi divisi sul ben fondato della bischerata di Visco, artefice di questa glasnost all’italiana. Insomma, tutto è proceduto nella maniera scontata nello Stivalone, ovvero vi è stato il solito blablablà. E come si è difeso Visco dall’accusa di aver violato il diritto alla privacy dei contribuenti italiani? Inviterei il lettore a concentrarsi su quanto segue perché altamente rivelatore della degenerazione della maniera di pensare operata sugli italiani dallo schermo televisivo e cinematografico. Riferendosi all’accesso indiscriminato da parte del pubblico alle dichiarazioni dei redditi altrui, “non vedo problemi” – ha dichiarato testualmente Visco – “c’è in tutto il mondo, basta vedere qualsiasi telefilm americano”. In realtà, negli Stati Uniti la segretezza dei rapporti con il fisco è sacrosanta. Il fatto forse più aberrante di questa glasnost da repubblica delle banane è che nessuno, a quanto risulta, ha denunciato il carattere grottesco-patologico del richiamo di Visco ai “telefilm americani”. La “giustificazione dei telefilm”, come la chiamerei, rende di per sé il sub-ministro meritevole di cure psichiatriche. Appare infatti evidente che Visco e molti altri, nella repubblica dei kiwi, hanno veramente perso il senno in seguito alle loro scorpacciate di televisione (Ballarò, Porta a Porta, Matrix...).
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