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Analisi
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L'implosione del sistema: la fase rivoluzionaria

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Martedì 6 Maggio 2008 – 14:45 – Eugenio Orso stampa



L’ultima spiaggia del fallimentare sistema democratico italiano sarà rappresentata, con buona probabilità, dal quarto governo Berlusconi.
Nell’attesa della prossima stagione di malgoverno e della conseguente implosione del sistema, si aprono sin d’ora prospettive interessanti per gli intellettuali e le forze veramente rivoluzionarie, che non dovranno perdere l’occasione storica di porsi alla guida delle estese rivolte sociali e di popolo che si annunciano, indotte da un diffuso e reale stato di bisogno economico, ma anche dalla montante e totale sfiducia nella democrazia rappresentativa di matrice liberale, nelle classi dirigenti politiche espresse da tale sistema e nelle attuali istituzioni repubblicane, che saranno direttamente chiamate in causa e giustamente messe sotto accusa dalle piazze.
Essendo la democrazia occidentale il miglior compendio politico di un liberismo economico rapace, antisociale, fonte di impoverimento delle comunità umane e di palesi ingiustizie, ormai spinte fino alle estreme conseguenze dalla mondializzazione dei commerci, dell’economia e dal “nomadismo” dei capitali ma anche – particolarmente nel nostro paese – il ricco humus dal quale sono nati clan politici parassitari, svuotati di ogni idealità e senza scrupolo alcuno nel nutrirsi delle risorse nazionali, nonché burocrazie pubbliche autoreferenziali, costose, inutili e arroganti, il sistema democratico-liberale e l’idea stessa di democrazia, in simili tumultuosi frangenti, rappresenteranno sempre di più un male da estirpare piuttosto che un’irrinunciabile “conquista dell’umanità” come si crede ancor oggi, per effetto di un potente e ultra decennale condizionamento mediatico, quanto meno in gran parte del mondo occidentale ed anche in Italia.
Il grande pericolo, che potrà nascere dal crollo del sistema, sarà l’atomizzazione, il frantumarsi in una miriade di intessi contrapposti di una società sulla via di una rapida disgregazione – non si fa riferimento, qui, puramente alla dimensione politica e istituzionale, ma a quello che qualcuno ha definito il “paese reale”, la cui forza è stata troppo spesso sottostimata dal livello politico – in cui gruppi sociali, professioni, comunità locali o regionali lotteranno gli uni contro gli altri per disputarsi risorse decrescenti, in un ritorno allo “stato di natura” di hobbesiana memoria, che preluderà a successive fasi di imbarbarimento difficilmente controllabili e dalle quali sarà estremamente problematico risollevarsi.
Potrà anche accadere che alcuni leader politici che hanno “fatto fortuna” profittando delle caratteristiche (e talora delle degenerazioni) di questo sistema, riescano a riciclarsi abilmente, ponendosi alla testa di questo o quel gruppo, di questa o quella comunità locale, persino di un’intera regione, al fine di “cavalcare la tigre” della rivolta e mantenere intatto il loro potere personale … ad esempio, qualche politico leghista, forzista o di altra estrazione nell’Italia del nord potrebbe proclamare, sostenuto dalle comunità locali, l’indipendenza del Veneto, piuttosto che del Friuli Venezia Giulia o addirittura della Lombardia, o di parti delle predette regioni: penso a individui come Galan, in Veneto, o come il pessimo Riccardo Illy, “governatore” della regione autonoma Friuli Venezia Giulia.
Le spinte separatiste potrebbero riemergente prepotentemente anche nelle isole, davanti ad un fallimento irreversibile del sistema, se è bastato l’invio di qualche nave colma di rifiuti, in Sardegna, per rimettere in moto gli autonomisti sardi, che molti disinformati, nel resto d’Italia, credevano ormai estinti …
Gli scontri fra gruppi sociali e categorie professionali, messi alle corde dal futuro rincrudimento di una crisi economica già in atto, costituiranno un’ulteriore, insidiosa complicazione, trasversale sul territorio, sovrapponendosi e talvolta intersecandosi a possibili spinte separatiste.
Anche in tal caso potranno rifarsi vivi, nel tentativo di riciclarsi, alcuni camaleontici politici di oggi – e perciò loro stessi responsabili del disastro del paese – basti pensare come le proteste e l’autentica sollevazione della corporazione dei tassisti romani, contro le improvvisate liberalizzazioni di Bersani, siano state guidate da esponenti del partito di alleanza nazionale, oppure a tale ruolo potranno aspirare leader sindacali della triplice, colpevoli di aver svenduto progressivamente gli interessi dei lavorati da loro mal rappresentati, in cambio del riconoscimento dei privilegi e del potere dei maggiori sindacati nazionali d’appartenenza.
Il pericolo dell’atomizzazione, del bellum omnium contra omnes, di involuzioni di tipo “africano”, se non tribale, di lotte feroci anche fra i singoli per disputarsi i brandelli di un perduto benessere, nonché la ricomparsa di politici e di uomini di “apparato” legati al vecchio sistema ormai sconfessato e in pieno crollo, costituiranno altrettanti, insidiosi ostacoli per le forze rivoluzionarie che si porranno come alternativa su un nuovo piano storico e politico.
Per affrontare tali pericoli, non solo sarà necessaria un’adeguata opera di convincimento della popolazione attraverso una capillare diffusione sul territorio delle forze alternative, ma anche una struttura paramilitare adeguata che le supporti, non mastodontica, bensì frutto di una rigorosa selezione, fra i volontari, e con elevate mobilità e capacità di adattamento alle più diverse situazioni di scontro.
Non credo che si dovrà temere troppo il contrasto della pletora di forze dell’ordine presenti nel paese, dato che, nonostante l’apparente bellicosità di parte delle stesse e il loro numero rilevante – tre o quattro centinaia di migliaia, compresi i carabinieri, ben di più degli appartenenti alle vere forze armate – si tratta pur sempre in maggioranza di “impiegati statali” male armati, peggio addestrati, poco professionali e vilmente opportunisti, attaccati al posto fisso e mossi più dalla volontà di portare a casa lo stipendio alla fine del mese, che dal senso del dovere e da sentimenti di onore e lealtà, oggi decisamente fuori moda … pochi fra loro difenderanno i clan politici, quando si arriverà al dunque e la maggioranza se la darà a gambe, come in un nuovo, tragico, otto settembre …
Per quanto riguarda le forze armate italiane, la tendenza in atto è quella di ridurle all’osso, fino a scendere a centosessantamila unità, con la parte migliore dell’esercito – poche migliaia di uomini, per la verità – impiegati all’estero nelle missioni internazionali al seguito degli Stati Uniti.
Se nell’immaginario collettivo svanirà, finalmente, il falso mito della democrazia liberale quale miglior sistema politico affermatosi lungo tutto il corso della storia umana – perché la sopraggiunta e generalizzata indigenza, il disordine crescente, il progressivo sfaldamento delle istituzioni e delle strutture pubbliche, sovrapporranno definitivamente il duro volto della realtà alle illusioni mediatico-propagandistiche che hanno fortemente condizionato almeno due generazioni di italiani – a lui dovrà sostituirsi qualcosa d’altro, qualcosa di molto potente e convincente, che non sia un’idea separatista fonte di ulteriore disgregazione o l’egoistica rivendicazione, per sé e per il proprio gruppo sociale, di un perduto “benessere” di natura esclusivamente materiale che difficilmente potrà essere conseguito.
Questo sarà il difficile compito, il primo in ordine d’importanza, degli intellettuali e delle forze rivoluzionarie tutte.
Detto con altre parole, si tratterà di sostituire con un nuovo paradigma, che implica una diversa concezione dell’uomo, dei rapporti sociali e della vita politica, il modello democratico giunto al fallimento.
Si tratterà, più concretamente, di recuperare ad una storia rimessasi con prepotenza in movimento lungo tutte le strade e in tutte le piazze d’Italia, il vero popolo di questo paese, costituito dai lavoratori dipendenti, in particolare del settore privato, dagli artigiani, dai giovani studenti, dalla miriade di partite IVA che troppo spesso hanno conosciuto precarietà e insufficienza di reddito … recuperare le vere forze che costituiscono la nazione, quindi, e ridare una voce a quella maggioranza, sempre più invisibile nel nostro presente, che ha lavorato e lavora – nelle spire di un sistema che minaccia da un momento all’altro di stritolarla – in misura crescente per soddisfare gli insani appetiti del potere finanziario internazionale, da un lato, e per mantenere il grosso e ingordo parassita della burocrazia politica e istituzionale indigena, dall’altro.
Se decrescita e comunitarismo sono, nella fase attuale, degli slogan alternativi in parte ancora privi di contenuti concreti, ma suscettibili di riempirsi di significati concreti nel medio-lungo periodo, il ritorno a forme di centralizzazione dello stato e dell’economia sarà inevitabile, per affrontare una situazione di grave crisi, così come forze rivoluzionarie giunte al potere in Italia non potranno evitare, nel breve-medio periodo, di ricorrere a processi di rinazionalizzazione di parti della grande industria ancora presenti sul territorio e di servizi importanti per la collettività nazionale, quali tutti i trasporti aerei e su rotaia, l’energia elettrica, la telefonia fissa, etc.
Nell’urgenza di riformare dalle fondamenta lo stato italiano, di assicurare una redistribuzione del reddito nazionale a favore della maggioranza impoverita della popolazione, manovrando la leva fiscale e colpendo per la prima volta con decisione la grande evasione fiscale (speculatori finanziari, immobiliaristi, sedicenti imprenditori che di fatto praticano lo schiavismo …), di sostenere e riavviare parti dello stato sociale – come la sanità pubblica – oggi in rapido degrado, di sostenere il sistema produttivo italiano, fra i più penalizzati in occidente dai processi di mondializzazione, si dovrà necessariamente e massicciamente ricorrere a politiche non liberiste, di chiaro stampo keynesiano e neo-keynesiano, con punte di vero e proprio collettivismo.
La spesa pubblica – rivitalizzata da un sistema fiscale efficiente e dalle ingenti risorse ricavate dalla lotta all’evasione fiscale e contributiva, nonché dall’imposizione di una patrimoniale sui grandi patrimoni – dovrà assumersi il compito, non delegabile al “privato”, di riavviare il sistema economico nazionale, la produzione e i consumi, reimpostando su basi nuove i rapporti di natura economica, dopo la lunga dittatura del libero mercato globale e l’azione perversa, degenerata dei clan politici e istituzionali dell’Italia democratica.
L’elevazione di barriere doganali sarà inevitabile, visto che il fallimento generalizzato della mondializzazione – che indebolirà nella sostanza anche i suoi organi di controllo internazionali, quali il WTO, il FMI, l’unione europea stessa ed altri, allentandone la presa mortale sugli stati e sulle nazioni – indurrà la maggioranza dei paesi a seguire questa via, per cercare di sottrarsi ai rigori della crisi, o quantomeno di mitigarli.
Va da sé che un tale processo di cambiamento – che possiamo ben definire rivoluzionario per la sua portata politica, sociale ed economica – non potrà che poggiare la sua efficacia su forme di governo, in un primo tempo, di matrice necessariamente autoritaria, perché le ricordate politiche economiche difficilmente potranno essere accettate e condivise da tutti, in particolare dai vecchi clan politici nazionali sopravviventi e dalle residue forze ultra-liberiste, i quali conserveranno ancora qualche potere e qualche influenza nella società e il controllo su parte delle risorse nazionali.
La repressione nei confronti di questi ultimi dovrà essere durissima, pena, se così non sarà, il possibile fallimento del processo rivoluzionario in atto.
Va da sé che per controllare una società sull’orlo della disgregazione, fronteggiare i nemici interni sostenitori del vecchio e screditato sistema, le emergenze sociali, sanitarie ed ecologiche che una tale caduta certamente provocherà, le probabili spinte separatiste particolarmente nel nord del paese e forse nelle isole, il dilagare di quella che è stata definita ipocritamente “micro-criminalità” accanto alla criminalità organizzata, che sempre più spesso sostituirà lo stato a sud, affrontare sopravvenute carenze di energia, per effetto del degrado della rete elettrica italiana ed europea o per interruzioni delle forniture di gas metano da parte della federazione russa, non ci si potrà affidare ad un tranquillo patto, orizzontale sul territorio, fra comunità locali che mantengono le loro specificità, le loro prerogative e si accordano civilmente per una comune gestione del potere … forme di autentico federalismo con risvolti “comunitaristici”, quindi, non sono all’orizzonte.
Una crisi complessa e drammatica, che coinvolgerà tutte le sfere del vivere civile e minaccerà pericolose involuzioni culturali, nonché arretramenti sul piano tecnologico oltre ad un drasticamente ridotto tenore di vita materiale, dovrà per forza di cose essere affrontata e risolta con un progressivo e rapido accentramento del processo decisionale – data l’eccezionalità della situazione – e non con un decentramento dello stesso che finirebbe per alimentare la sopravvivenza di parte delle costose burocrazie locali, particolarmente quelle delle attuali province e delle regioni, frutto del clientelismo e di una “selezione” esclusivamente politica, che manterrebbe la sovrapposizione – già ora intollerabile – delle imposte locali a quelle centrali e che darebbe un ulteriore impulso ad egoismi localistici, spinte disgregatrici e autonomiste, se non al separatismo tout court.
Inevitabili saranno altresì l’abbandono del metodo e della prassi democratici, a quel punto sconfessati dalla storia e sostituiti progressivamente dall’egemonia delle forze alternative e rivoluzionarie, che godranno – per forza di cose – di un sempre più ampio consenso popolare.
Sarà possibile, anche se non l’ipotesi più probabile, che le forze rivoluzionarie giungano alla guida del paese attraverso il rito del voto “democratico”, brogli elettorali e terrorismo (di uno stato che tristemente conosciamo) permettendo … in questa ipotesi, si tratterà dell’ultima volta in cui la sfiduciata e impoverita popolazione italica sarà costretta a recarsi alle urne.
Lo stato di necessità non potrà non imporre, in estrema sintesi:
- Autorità ed egemonia delle forze alternative e rivoluzionarie: fine della democrazia rappresentativa di matrice liberale.
- Un processo di centralizzazione di tutte le decisioni politiche, di natura economica, finanziaria e fiscale, di politica industriale, di ordine sociale, etc. tale da garantire una più equa redistribuzione del reddito fra i gruppi sociali.
- L’appropriazione della piena sovranità valutaria (e finanziaria) da parte di uno stato completamente rinnovato, fin dalle fondamenta: fine del devastante fenomeno del signoraggio.
- Misure protezionistiche per difendere il sistema produttivo nazionale, e quindi il lavoro e il reddito della popolazione italiana.
- Nazionalizzazioni di grandi aziende private e nei settori dei trasporti, dell’energia, della telefonia fissa.
- La ridefinizione delle alleanze internazionali, alla luce dei veri interessi del paese.
Se gettiamo un rapido sguardo alla storia della politica italiana dello scorso secolo, ci imbattiamo nel più coerente e dignitoso intellettuale della sinistra, Antonio Gramsci, il quale teorizzò la superiorità della classe lavoratrice, e quindi la sua egemonia, il prevalere dei suoi interessi nel gran corpo della società, per farla avanzare e progredire nella giustizia sociale, ed anche in Benito Mussolini, personaggio più ombroso e problematico del primo, che oltre ad ispirare misure di politica economica caratteristiche del new deal, in grado d’affrontare con successo una spaventosa depressione economica caratterizzata dall’insufficienza della domanda, riuscì a trasformare un piccolo movimento politico in un partito nazionale che per un paio di decenni raccolse, di fatto, il consenso della stragrande maggioranza degli italiani.
Purtroppo nel nostro tempo non avvertiamo la presenza di simili personalità, portatrici di idee innovative capaci di smuovere dal torpore la parte migliore e più ricettiva della popolazione, e questo costituisce un chiaro un limite all’azione delle forze alternative e rivoluzionarie, che pur minoritarie esistono.
Altro limite è dato dalla “qualità” degli uomini e delle donne di questo paese, da troppo tempo narcotizzati dai media spazzatura al servizio della politica e dei poteri forti, i quali temono, nella popolazione, un alto grado di consapevolezza e di capacità di giudizio, un saper guardare criticamente oltre a quella cortina di futili apparenze che loro stessi, abilmente, stendono da decenni.
Nonostante questo, le asprezze della futura crisi apriranno gli occhi – con buona probabilità – persino a coloro che oggi sembrano vivere esclusivamente per il milan, la nazionale di calcio e la ferrari, senza accorgersi della sorta di grottesca “matrix” in cui sono scivolati, ed anche costoro saranno costretti dalle avverse circostanze, quindi, a ripensare lo stile di vita adottato (imposto?) e la conseguente scala di valori, l’importanza della partecipazione politica, la necessità di cercare il nuovo per sfuggire al disastro …

Dove sono le forze rivoluzionarie?
Tornando al momento presente, notiamo che all’unico pensiero, al culto fine a sé stesso di questa democrazia, alla cattiva informazione e alla disinformazione che imperano, alla molteplicità di “circenses” volti a distogliere l’attenzione della maggioranza dai veri problemi, si contrappongo fonti di controinformazione sempre più agguerrite, gruppi di pensiero alternativo, movimenti che si muovono e si sviluppano con un piede nel web e un altro nella società.
La discussione online e la ricerca di vera informazione, non controllata e edulcorata dai centri di potere e da interessi estranei a quelli dei partecipanti, sono in continua crescita ed è fuor di dubbio che la diffusione dello strumento informatico, pur creando per alcuni un comodo rifugio virtuale, lontano da una realtà sempre più insopportabile, per altri, sperabilmente più numerosi dei primi, può rappresentare un utile mezzo che consente di attingere informazioni non sottoposte a censura, di confrontare idee non conformiste, o addirittura un veicolo d’aggregazione di future opposizioni politiche e sociali.
Senza esagerare l’importanza dello strumento, possiamo dire che costituisce una sorta di “voce” alternativa a quella piatta e più antica delle emittenti televisive e dei giornali, più facilmente controllabili e manipolabili.
Questa “voce” è destinata a diventare sempre più potente e a dare un contributo non propriamente secondario all’esito del futuro scontro che già si profila, nel mondo reale.
Le idee neo-rivoluzionarie viaggiano e viaggeranno molto velocemente in rete.
Nonostante ciò, non saranno i movimenti “virtuali” – il primo e il più famoso dei quali è quello che fa riferimento al blog di Beppe Grillo – a guidare le forze alternative e rivoluzionarie nello scontro …
La loro intrinseca debolezza è legata proprio alle loro origini “virtuali” e all’assenza di riferimenti precisi, da un punto di vista del pensiero politico, della filosofia, della stessa filosofia della politica o del pensiero economico (la qual cosa spiega il carattere bizzarro di certe proposte avanzate da Grillo, particolarmente in campo economico e produttivo) e costituisce un pesante limite, assieme all’eterogeneità che li caratterizza, alla loro decisa affermazione nella realtà.
Ugualmente, la galassia no global – pur avendo origine nel mondo reale ed essendo sufficientemente estesa – sembra essere troppo composita e troppo confusa, fin dalle sue premesse, per attrarre il consenso di larghe maggioranze afflitte da problemi concreti, quotidiani, di giorno in giorno più drammatici e alla ricerca di concrete soluzioni per risolverli e lasciarseli alle spalle.
L’estrema varietà di movimenti e gruppi che compongono tale galassia – dal mondo cattolico a quello anarchico, dai beati costruttori di pace alle incursioni dei black blok – ne costituisce il suo primo limite, visto che non vi è neppure una comune e condivisa concezione dell’essere umano e della sua funzione nel mondo …
Decrescita, comunitarismo, localismo sono indubbiamente belle parole, ottimi slogan dall’effetto positivo, ma attendono di essere riempiti di contenuti concreti, di diventare paradigmi, di rappresentare a pieno titolo solide alternative largamente condivise – e comprese – dalla maggioranza della popolazione.
In un arco temporale di lungo periodo ciò forse accadrà, ma date le nubi minacciose che si addensano su di noi, c’è da dubitare che si possa attendere così a lungo.
Più interessante, nel tentativo di definire le caratteristiche e l’origine delle future forze rivoluzionarie, è fare riferimento a quei movimenti e gruppi che si richiamano ai valori tradizionali dell’occidente, in specie del mondo classico greco e soprattutto a quello romano, nonché, in molti casi, alla fase propositiva e rivoluzionaria del fascismo – genericamente definiti di “destra”, o “nuova destra”, anche se poco o nulla hanno da spartire con Gianfranco Fini e i suoi seguaci, con lo scismatico Storace e con la “popolana” Alessandra Mussolini – e, nello stesso tempo, ai tentativi di rielaborazione e attualizzazione del pensiero di Marx (che non perde validità in un epoca in cui il capitalismo finanziario internazionalizzato sta producendo danni sociali simili, o peggiori, a quelli prodotti dal capitalismo settecentesco della prima rivoluzione industriale) nonché a gruppi che potremo genericamente definire “neomarxisti”, quindi comunisti, ma naturalmente molto più seri e credibili dei partiti “parlamentari” e di potere che ancora conservano la parola “comunista” nella sigla, quali sono l’originario PRC e lo scismatico PDCI.
Pur avendo origini molto diverse – se si vogliono ancora applicare categorie politiche ormai superate, quali indubbiamente sono “destra” e “sinistra” – i punti in comune risultano essere numerosi e significativi …
Sintetizziamo i principali di seguito:
- Rifiuto dell’ideologia liberista e della mondializzazione economica.
- Rivalutazione del ruolo della politica (quella vera) nella società.
- Rifiuto della teoria politica liberale e della sua irrealistica concezione dell’uomo.
- Rifiuto del sistema di democrazia rappresentativa di matrice liberale.

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