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Casini, l'idealismo del separato in casa

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Mercoledì 26 Marzo 2008 – 15:58 – Alberto Bertotto stampa
Casini, l'idealismo del separato in casa


Pier Ferdinando Casini, il separato in casa della politica italiana, come tutti coloro che hanno le sue stesse prerogative pensa di far fortuna, non sapendo che chi è in auge non gli perdona il fatto di volerla fare e chi è rimasto nei guai non vede l’ora di vendicarsene. Come i dannati danteschi dotati di “mala luce” non vede le cose “che lor son lontane”. Con lo zelo e la verginità del catecumeno, cerca di avvelenarci nell’orecchio come è stato avvelenato il padre di Amleto e sfrutta sino alle estreme conseguenze la curiosità di un popolo maledico, reso più curioso e più maledico da una stampa soggetta a restrizioni di pensiero inopportune, malintese e servilmente interpretate. Ma che gli italiani di buona fede ed ansiosi del nostro avvenire nazionale, possano vedere oggi la salvezza dell’Italia in Pier Ferdinando Casini è cosa la quale, francamente, ci supera o, piuttosto, ci supererebbe, quod Deus avertat, se accordassimo il minimo credito a quella stessa buona fede e a quella stessa ansietà. Noi non siamo, infatti, uno zerbino, una pedana a disposizione di chi abbia un paio di suole di scarpe da pulire. Casini, atteggiandosi ad Annibale alla vigilia di Canne, crede di inalberare una bandiera d’indipendenza e, invece, l’ammaina. Tra i pini del Lazio e gli ulivi toscani, pensa di cattivarsi la gratitudine dei posteri e assume, per contro, ai loro occhi la terribile responsabilità di non aver fatto nulla di buono. Chi ci danneggia, dunque, non solo ci buggera, ma, soprattutto, ci asservisce. La conclusione? Una sola e sempre quella: schivare, se davvero teniamo alla libertà del Paese, le tentazioni dell’egoismo condito da sofismi. Lasciare l’angolo morto dove la politica si arrugginisce, non aggiungere al danno anche la ignobile beffa, imparare prima di insegnare, rispettare prima di essere rispettati. Chi non si è mai dato da fare, lasciando le cose come stanno, ha sempre gli occhi bendati e la mano questuante. Ma prima di muoversi e di attivarci ricordiamoci che al mondo non esistono scorciatoie tranne quelle che passano per la galera.
All’elenco delle mie rivendicazioni, penso che siano quelle di tutti noi e quindi è inutile elencarle, vorrei aggiungerne un’altra. Si tratta semplicemente di un requisito morale e questo requisito è il tatto. Io rivendico il monopolio del tatto. Come vedete sono modesto, mi accontento di poco. Questo poco, tuttavia, mi va dato e mi va dato in forma plebiscitaria. Ma di questo bisogno non se ne fanno carico i vecchi democristiani che di tatto non ne hanno mai avuto o, se ne hanno avuto, hanno fatto di tutto per non mostrarlo. Ne sa qualcosa il povero Enrico Berlinguer e il non meno celeberrimo Bettino Craxi. Anche il mestiere dei traditori ha i suoi incerti e non tutti i Giuda riescono a mandare il loro Cristo in paradiso. Mentre noi ci travagliamo nell’escogitare unguenti e balsami per medicare le ferire della stirpe d’Adamo, gli amici di Giulio Andreotti preparano acidi corrosivi per approfondirle e per fargliene di nuove, quando noi cerchiamo di svincolarci dal giogo delle catene, loro fondono metalli per saldare ceppi più pesanti di quelli antichi. Belano con dolcezza angelica, alzano gli occhi al cielo, si protestano animati dai più miti propositi, promettono il Paradiso in terra, si strofinano amorosi contro gli stinchi dei preti, giurano di rispettare la religione e la famiglia. Garantiscono che ci sarà una guida per i ciechi, una volontà per gli abulici ed una coscienza per i traviati. Ah, ma lasciate che i governi smobilitino e vedrete che le pecore diverranno jene. Capirete di un colpo che non si ride a Messene.
Pronto a trovare varchi nella bolsaggine altrui, protetto dalla corazza del suo scetticismo ed orgoglioso come i pitagorici dopo la scoperta che la radice quadrata di due è un numero irrazionale, impugna con destrezza l’arma pungente della critica verbale e l’affonda al momento opportuno senza alcuna pietà, disposto a fermarsi, tacendo, solo quando si trova di fronte ad un qualcosa che per lui è sacrilego. Tendendo una trappola agli ignari, si barcamena con gli elettori affidando alla sottigliezza dei suoi discorsi la propria prevenzione ed all’uso intensivo ed estensivo della parola il suo dialogare che oppone frammenti di verità a dissimulate bugie di comodo. Il suo modo di fare oscilla tra le maniere di un nobile e quelle di un masnadiero, tra il vezzo di un onesto sensale e quello di un prosseneta e tra le abitudini di un ministro in marsina e quelle di un segretario con le mezze maniche. Pur di arrivare primo sul ramparo, è disposto ad accettare subdole compromissioni, non compromessi, ciurlando nel manico e turlupinando chi gli sta di fronte con l’intento di moderarne la supponente arroganza. Le sue cristiane imprecazioni sono simili a quelle dei Goumiers, i marocchini dell’Atlante o degli arsi pascoli del Terudan dove si raccoglie l’erba ciprigna che favorisce l’aborto. E’ un vanesio di puro conio degasperiano che spazzola la propria immagine, un guitto astioso ed impenetrabile che esegue con vanagloriosa iattanza e con furore iconoclasta delle direttive demagogiche delle quali non se ne rende conto appieno nemmeno lui. La corona castrense con cui si cinge il capo perde, dopo ogni comizio, le sue foglie d’alloro in un grandioso affresco pervaso da quella concretissima cosa che è l’utopia. Ciononostante lo Zar buono che taglia la barba ai cattivi Boiardi o l’Ercole che ha appena affrontato la tredicesima fatica rimane a lungo sotto i lampi dei fotografi, il ronzio delle cineprese ed i taccuini dei giornalisti.
Prigioniero di una torre d’avorio, rinchiuso nel proprio bozzolo con la superbia del cinico e l’alterigia dello stoico, emendato delle scorie comunarde e divenuto mosca cocchiera di un centro democratico che dà la caccia alle fattucchiere, sembra la negazione di ogni affermazione, il verso di ogni dritto: inverosimile come un’allucinazione e assurdo come l’unione di due contrari. Meno comprensivo dei sordi, non può essere, a forza, rinchiuso in una piccola parentesi né, tantomeno, in un grande anatema come vogliono i numerosi frombolieri belusconiani che lo hanno eletto come il loro bersaglio privilegiato e che lo battono in breccia da ogni parte come se fosse Daniele nella fossa dei leoni. Celiando ma non troppo, si potrebbe dire per il Casini che confonde gli sterpi con i serpi, le navi con gli schiavi ed il sangue con la pece: anche l’orologio più scassato segna sempre due volte al giorno l’ora esatta.
Con assurda ed ostinata impuntatura il Pier Ferdinando è rimasto fedele al proprio autoritratto portando sia le marche che il peso di un destino che ha costruito, più o meno consapevolmente, con le sue stesse mani. Mani alle cui dita ha cinto i suoi sogni, come se fossero anelli invisibili, dai quali possono scaturire, secondo lui, generazioni di cose nuove.
Nel suo pesante fardello sono, invece, stipate una serie di macroscopiche contraddizioni, di contestazioni strumentali, di stucchevoli querele, di rettifiche maldestre, di faziose inesattezze, di solidarietà inconfessabili e di pulsioni represse. E’ un personaggio dumasiano arrivato alla duchea dalle gabelle, una colubrina anziché un colubro, una figura opaca e non uno specchio riflettente, un politico legato a parentele e clientele e non un outsider che esce di prepotenza dai blocchi di partenza. Nell’ “altero” teogonico blasone del Casini si accumulano, come in un roveto, compiaciuti ricordi, lusinghe fascinose, odi invincibili e mortali livori.
Prima di andare a votare ricordiamoci quello che ha detto Giuseppe Mazzini: “La libertà vera non consiste nel diritto di scegliere il male, ma nel diritto di scegliere le vie che conducono al bene”. Questa è una verità banale e non un filosofema: se nonché in tempi di crisi e di disorientamento anche le verità più banali finiscono per oscurarsi. E allora come procedere? Qualcuno vuol farmi intendere che “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma io controbatto dicendo “a chi sta più vicino al dettaglio delle cose molto spesso ne sfugge l’insieme”. Per questo non vado alle urne con la Santanchè o con Starace. Preferisco andarci con quell’ubriacone che a furia di fermarsi ad ogni mescita di vino ha finito per perdere la strada di casa.
A chi dirà che non ho fatto il mio dovere, io rispondo come l’elegiaco Ovidio: “Barbarus hic ego sum, quia intellegor ulli” (io son qui come un barbaro, perché non son capito da nessuno). E credetemi non è un esempio tetragono di capziosa mistagogia politica.

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